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A malapena si vede… Ponza (5)

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di Gabriella Nardacci

 

Zio sperava tanto che le festività natalizie le trascorressi al paese come tutti gli altri anni. Aveva espresso il desiderio di invitare anche Ines e Giuseppe, visto che Giulia aveva deciso di restare in affitto da loro fino alla fine dell’anno scolastico.

Anche mia madre sarebbe stata contenta ma io avevo deciso che dovevo pur usare la mia casa in occasione del Natale per una volta, che avevo una bella tovaglia ricamata e i piatti col rigo dorato e i bicchieri a calice e le candele… e volevo provare un Natale elegante quest’anno.

– Ma le cannele se usano a camposanto e no mmeso agliu tavolino. E doppo aiecco ci sta gliu foco… che te le fai le cannele? Ma chesse so fanaticherìe, bella de zio… Ma lassa perde Roma a Natalo. Qua è tutta n’atra cosa…-.

I miei capricci hanno avuto la meglio e il gemellaggio eno-gastronomico Roma-Ponza è avvenuto a casa mia, che per l’occasione ho addobbato a festa e con grande gioia di Giulia che si sarebbe fermata a Roma, per tutte le vacanze di Natale.

Mia madre ha portato le castagne cotte con l’alloro nella pignatta e la zucca al forno e una specie di ‘castagnaccio’ con gherigli di noce, fichi secchi, pinoli, mandorle, castagne arrostite e spezzettate, come era spezzettata tutta la frutta secca presente nella torta.

Certamente per il pesce cucinato, la cornice ideale sarebbe stata l’isola e abbiamo gustato anche i calamari m’buttunàt’ che ha preparato Giulia la quale ha risposto al nostro ‘castagnaccio’ con un’altra specialità che aveva imparato sull’isola la ‘pizza di grano’ o meglio, ‘a pastiera’. Io l’ho trovato deliziosa con quell’essenze di millefiori e di cedro e buccia d’arancia; il tutto stata accompagnato da un vino del Fieno rosè (inviato da Giuseppe insieme ai rossi e ai bianchi) che ne ha esaltato anche il sapore del grano macerato. Anche se zio ha avuto da ridire che quello era un dolce di Pasqua e non di Natale

Durante la cena ha telefonato Giuseppe. L’ho ringraziato per tutto quello che lui e Ines fanno per Giulia. Mi ha domandato se Giulia ha raccontato qualcosa. Era emozionato nel sentirmi come lo ero io e poi mi ha detto che Pasqua viene ‘alta’ l’anno nuovo e che sarebbe bello se andassi a Ponza per l’occasione. Aggiungendo quasi in un soffio… – Sai che a primavera quest’isola è ’na bellezza? …U’ssaie, nun è overo?

Giulia è corsa accanto a me, non appena sentito che c’erano Ines e Giuseppe al telefono. Giusto il tempo per me di rispondere con un tono di voce più normale possibile: – Si. Immagino la bellezza di Ponza a primavera. Ci penserò, Giuseppe. Se Giulia sarà contenta di restare, verrò. Allora buon Natale e felice Anno Nuovo a te e a Ines… E grazie per i vini… Un brindisi per voi non mancherà di certo!

Giulia mi strappa il telefono di mano e parla trafelata e contenta di sentire Giuseppe. La sento ridere con lui. Gli racconta del suo successo culinario e gli dice, ridendo, di riposarsi ora che lei non c’è. Anche a Ines dice la stessa cosa e poi le manda un bacio e le raccomanda di riguardarsi e di non stancarsi troppo.

Mia madre è insofferente a Roma. Dice: – Ma  comme facite a sta’ sempe chiusi dentro, senza foco e doppo da te non se sente manco la radio che alle sei de sera trasmette gliu rosario e gli dicimo ‘nsieme…

Ha resistito fino al giorno dopo S. Stefano e poi se ne è voluta andare al paese. E’ venuto zio a prenderla e anche lui, dopo il pranzo, scalpitava per andar via…- ‘Namocenne da Roma ca qua vanno tutti parlenne soli pe’ la via e tutti de corsa accome se hanno perso i soldi pe’ terra! Namo vicino agliu foco che se sta megli…

Giulia mi ha portato un po’ di novità che la riguardano. Si è lasciata con quel ragazzo del paese. Lui non la cercava e lei si è stancata di aspettarlo: semplicemente così. Ma c’è un collega che la intriga. Lorenzo. La guardava quando lei sembrava non guardarlo e all’improvviso s’incontravano con gli occhi e rimanevano fermi a comunicarsi la voglia di un bacio che spesso è arrivato, ora nel giardino della scuola, ora in sala firme. Ora appassionato e lungo, ora morbido e breve.

Tutto senza parole. Un gioco sinuoso che stava scivolando dagli occhi al cuore e che son certa, arriverà anche nella pancia. Conosco il persorso che fa l’amore…

Giulia è contenta, serena. Mi ha detto che è bello e forte e che ha mani grandi, che il suo sguardo è penetrante e le sue labbra sono morbide e che nel salutarla, prima di partire per Roma, le ha detto – Tienimi vicino in questi giorni. Mi mancherai da morire…

Sono certa che sei rimasta senza parole piccola mia e lo hai afferrato nei suoi capelli neri e ricci, attirandolo a te e tappandogli la bocca con la tua, senza aspettar ‘altro dire’, che per lungo tempo hai atteso invano.

La nave si allontanava e tu eri lì, al freddo, che vi salutavate con la mano. Con le casette colorate del cimitero che lentamente si toglievano dal tuo sguardo, con l’immagine del porto di Ponza che finalmente riuscivi a vedere davvero come un abbraccio, con lui che diventava un puntino, mentre rimanevano sul tuo viso, le impronte delle sue mani; mentre  il tuo sguardo rientrava prima sulla scia che lasciava la nave e infine si girava per guidare la nave verso Formia. Sono certa che sia andata così…

Giulia mi ha raccontato delle serate a casa di Giuseppe e Ines. Della sorpresa nello scoprire che Giuseppe è un uomo colto e che insieme parlano di autori classici e di filosofia e che ha una conoscenza incredibile del mare. Le ha promesso che la porterà a Palmarola a primavera per mostrarle le infinite varietà di fiori e piante del luogo e la porterà a vedere dove era appoggiata una scaletta a pioli in ferro appesa a una parete di roccia a picco sul mare, a un’estremità del cimitero dell’isola. Su questa scaletta, le anime dei morti in mare, nelle notti di tempesta, sembra vadano a cercar un momentaneo riposo sulla terra che a loro è stata negata. E le ha raccontato, come sono paurose le tempeste, o meglio, i’ burriane, e Ines aveva concluso questo racconto del marito dicendo: ’Mar’a chi va pe’ mare…”.

Giulia mi dice che in fondo tutto il mondo è paese e che la sera si tirano sempre in ballo i morti e le paure con i luoghi lontani e bui e impenetrabili. Storie che mettono paura come quelle che raccontano  gli anziani e che sono successe tanti anni fa.

Dico a Giulia che la paura è ancestrale, primitiva. I bambini maschi, nella preistoria venivano portati in una capanna fittizia nel bosco e lasciati lì, insieme ad uno stregone che cercava d’insegnare loro a difendersi dai pericoli. Spesso non tornavano a casa e solo chi ce la faceva poteva sposarsi, così che era in grado di proteggere la famiglia. Sulla scia di ciò anche Cappuccetto Rosso affronta la paura del bosco così come Pollicino e Hansel e Gretel, fino alle fiabe di oggi, che nascondono sempre un pericolo da cui difendersi.

I boschi antichi, silenziosamente solenni, dove i pioppi mi sono sempre apparsi tenebrosi, hanno lasciato sempre in me la voglia di uscirne fuori, anche solo nel pensiero. Una volta ho sognato che ai miei scarponi era attaccato tanto fango che facevo grande fatica a camminare; non riuscivo a sollevare i piedi da terra mentre invece volevo correre per uscire fuori alla luce.

Ora mi basta anche solo una trama d’ombre e l’idea del bosco è lì, pronta e severa, fredda e superba come una donna nordica ed eterea. O come una ninfa dalla pelle lucida d’alabastro, che fluttua nascondendosi tra i cipressi e i  carpini, sollevando gli odori della terra umida e delle erbe aromatiche spontanee che tanto amo. In quell’idea del bosco sempre scopro timore, amore e poi di nuovo timore e ne fuggo.

Giulia mi dice che Ines le ha raccontato del suo immenso amore per Giuseppe e che, nonostante non gli abbia potuto dare un figlio, l’ha sempre amata e spera non l’abbia tradita mai.

Giulia qui sospira. Mi dice che una sera l’ha sorpreso che toglieva da una scatola un foulard e che se lo portava al naso  per sentirne il profumo. Mi dice che un’altra volta l’ha sentito dire al telefono – Ho sempre bisogno di te…- Mi dice che capita una volta ogni venti giorni circa, che lui sparisce per un giorno intero e a Ines dice che va a trovare zio…

– Ma zia… a te risulta che zio e Giuseppe si vedono ogni venti giorni?

– Beh, non so… Io abito a Roma… può anche essere perché no? Meglio farsi gli affari propri, tesoro… – le dico.

***

Giulia è stata instancabile. Le vacanze di Natale in un baleno, sono trascorse tra risate, chiacchiere e passeggiate al centro.

Questa volta l’ho vista serena nel tornare a Ponza. Il suo nuovo amore la sta aspettando e si sta seriamente affezionando anche a Giuseppe e a Ines che la trattano come una principessina e che le hanno preparato una sorpresa al suo rientro.

L’anno nuovo ha portato qualche spolveratina di neve qua e là e febbraio è passato tutto d’un fiato. Ero affacciata alla finestra quando l’albero del piccolo giardino sotto casa, mi ha strizzato l’occhiolino. La  primavera sta arrivando portandosi via un po’ di grigi e odori acri di agrumi, alcuni marci, nascosti tra le mele e i kiwi dalla buccia avvizzita e cotta dai riscaldamenti, a volte soffocanti, degli appartamenti di città.  In questo incedere di colori tenui che timidamente colorano in acquerello la natura, all’idea del bosco si sostituisce l’idea del mare e dei suoi porti, ventri di solitarie imbarcazioni che dondolano leggere e sinuose quando il mare è calmo o appena increspato e quando i gabbiani planano sfiorandone la superficie con le loro zampette che sembrano spingere piano il ‘sol’ dolce di una tastiera di pianoforte a cui segue, subito dopo però, il loro aspro grido.

O anche un’altra immagine, quella di un mare sconvolto, con le onde che sembrano ergersi a barriera alzandosi in piedi, per lasciar scivolare la schiuma sulla spiaggia, fragorosamente, da sembrare tuono di temporale che si perde dietro l’orizzonte e che forse arriva sull’altro braccio di mare.

Quell’idea del mare che sta tra Palmarola e Ponza dentro la barca del mio pescatore. Quella barca che ogni volta ha atteso il ritorno dei due amanti, carichi di profumi e immagini di solitudini esotiche fatte da palme nane e pale di fichi d’India, cespugli di ginepro, rose marine e rosmarino. L’isola dove l’ombra delle ginestre ha nascosto la passione, la fame e la sete d’amore.

A volte, anche da Palmarola, a malapena si vede… Ponza, ma più spesso l’immagine è nitida e lo spettacolo suggestivo. La piccola isola è un teatro con il loggione, aperto sull’isola madre.

***

Giuseppe e Ines hanno regalato a Giulia un micino bianco e nero. Giulia è fuori di sé dalla gioia e lo cura e lo coccola con amore.

Giulia ha portato Lorenzo a casa di Giuseppe e Ines, i quali conoscono i genitori del ragazzo. Anche zio conosce  la famiglia di Lorenzo ed è contento di questo ragazzo. Dice che il padre fa il pescatore ma che stanno bene economicamente e che hanno una villetta anche a Nettuno, vicino Roma.

Arrivo al paese che è un sabato splendido. Zio è contento di vedermi e mi dice subito di aver sentito Giuseppe diverse volte e che Giulia è contenta e comincia ad apprezzare le bellezze dell’isola. Gli ha detto che a Pasqua rimane lì, così che possa andare anch’io.

– Ma tu ce vai?– mi chiede zio.

– Penso di sì… Perché non ci dovrei andare, secondo te? – rispondo un po’ risentita.

– Ma perché me lo dici accusì ncazzata?? Certo che ci devi anna’! Chigli stanno a preparà manco tenesse d’arrivà la reggina d’Inghilterra!

Amore, timore, amore…

In quell’idea del mare, dove c’è anche l’immagine della luna che attira l’acqua  come una calamita determinandone l’alta e la bassa marea, il mio cuore impazzisce…

 

Gabriella Nardacci

[A malapena si vede… Ponza. 5. Continua]

 


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