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Flavia Domitilla (2)

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di Ernesto Prudente

 

Sono trascorsi circa tre secoli da  quando Nerone  diede origine alle persecuzioni accusando i cristiani che vennero così additati come i nemici  di Roma e delle leggi imperiali.

Su questo terreno minato fu costretta a camminare Flavia Domitilla, la donna dai riccioli biondi, la santa del nostro interesse. E’ necessario, per evitare ripercussioni ed effetti negativi, muoversi da una buona base di partenza che, nel nostro caso, ce la offre la Chiesa.

La Chiesa  ricorda e venera il dodici maggio Flavia Domitilla, vergine e martire.

Partire da questo presupposto è molto importante perché ci evita di commettere errore di persona.

Flavia Domitilla era una delle tre donne imperiali della famiglia Flavi, che avevano tutte lo stesso nome: Flavia Domitilla.

La prima  Flavia Domitilla, venne  detta, da alcuni storici, per evitare errori,  la Maggiore. Era la moglie dell’imperatore Vespasiano dal cui matrimonio nacquero tre figli: Tito, Domiziano e Flavia Domitilla, la Minore, seconda nel nostro caso,  che andò in sposa al console Flavio Clemente, cugino dell’imperatore.

La terza Flavia Domitilla, quella del nostro interesse, é invece figlia di Plautilla, sorella di Vespasiano, imperatore dal 69 al 79 , che la ebbe dal matrimonio con il prefetto Fulvio Plauzano il quale morì dopo pochi mesi dalla nascita della figlia.
Plautilla, rimasta vedova molto giovane, non volle risposarsi rifiutando le svariate proposte di un nuovo matrimonio. La morte improvvisa e repentina del marito l’aveva scioccata.

L’unica consolazione, l’unica gioia di una vita diversa, la vedeva nella nuova religione, il cristianesimo, a cui  si era dedicata e la ritrovava nell’allevare la figlia a cui, appena bambina le comperò, come era uso nelle famiglie patrizie, due schiavi, due eunuchi, due famigli, che le furono vicini nella crescita. I due giovani si chiamavano uno Nerèo e l’altro Achillèo  ed erano cristiani.

I due donzelli l’accompagnavano ovunque, anche a scuola, ed erano, con altri nobili giovani, i suoi compagni di gioco.
Anche questo era una  usanza caratteristica delle  famiglie patrizie  romane.

E’ questa, dunque,  la nostra Flavia Domitilla, la Flavia Domitilla del nostro interesse, quella che non contrasse alcun matrimonio, tanto da essere venerata dalla Chiesa come Vergine e Martire.

Nerèo ed Achillèo sono due personaggi che, nella descrizione della vita e della  storia di Flavia Domitilla e nella sua formazione, hanno avuto una grande ed enorme  importanza per la vasta influenza e per  l’ampia  insistenza che esercitarono su di lei per cui non si debbono, né si possono tralasciare.

La storia ci dice che Nerèo ed Achillèo vennero comprati per essere addetti al servizio della nobile romana. Essi seguirono la giovane Flavia ovunque si recasse, anche a Ponza, quando venne  relegata per aver  manifestata  e confessata di essere cristiana.

Furono i due famigli, Nerèo ed Achillèo, a far mutare il credo religioso di questa giovane, bella, ricca e  affascinante  fanciulla dai  buccoli lucenti come l’oro,  da  cui l venne estratto il nome  Flavia. Essa era stata già assegnata in sposa, dallo zio imperatore, al giovane Aureliano, di famiglia patrizia, ricca, nobilissima e senatoriale.

Un giorno, tra un gioco e l’altro, tra uno scherzo ed una risata, Nereo accennò alla morte di San Pietro e le disse che la  mamma, Plautilla, era stata,  con loro e come loro, battezzata dal capo degli Apostoli e che lo stesso battesimo l’aveva ricevuto anche lei, sebbene fosse molto piccola.

La notizia  meravigliò non poco la giovane che   ritenne opportuno chiedere maggiori spiegazioni e Nerèo approfittò dell’occasione e  le fece lo stesso sermone che aveva udito dalla bocca di San Pietro: “La vergine che, per amore di Dio, persevera in verginità, merita di avere  per isposo Cristo e godere delle eterne ricchezze e gloria sempiterna”.

A turno, Achillèo e Nerèo, diedero sfogo a quanto di loro conoscenza in materia religiosa. Ne raccontarono tante da far rimanere la gioiosa fanciulla attonita, esterrefatta, sorpresa, sbalordita.

Nerèo ed Achillèo, i domestici di Domitilla, approfittavano di ogni circostanza per parlare di fede religiosa con la giovane  e vedendo un giorno la loro padrona coprirsi di gioielli e di vesti tessute d’oro  presero l’occasione per dirle: “Quante cure tu prendi nel preparare il tuo corpo per unirti a Aureliano, uomo mortale! Se tu mettessi lo stesso zelo nell’ornare la tua anima, potresti conquistare per sposo il Figlio di Dio, re immortale, col quale non vedresti mai terminare le tue gioie né deturpare il tuo abbigliamento”.

Flavia rispose loro: “ E non è la migliore delle maniere d’amare Dio, quella di prendere un marito e avere figli e di perpetuare il ricordo e l’onore del suo nome in una dolce e cara posterità? E’ duro e inumano reprimere queste gioie e rinunciare a queste delizie della vita, e non dobbiamo comportarci come colui che non gioisce della luce e, si rifiuta di conoscere il piacere!”

Nereo le rispose:

“Tu non vedi che il piacere di un momento. Tu non vedi i numerosi pericoli che nasceranno e, d’altronde, quando ti sarà strappata la purezza che  tu hai acquisito con  la nascita, perderai il nome di vergine per prendere quello di moglie e invece di essere libera, ti toccherà subire per maestro della tua persona uno straniero nelle mani del quale diventerai un vile oggetto di possesso. Egli non ti lascerà conversare con i tuoi amici, le tue nutrici, i tuoi fratelli e sorelle di latte. Le tue parole, i tuoi passi, i tuoi sguardi i tuoi discorsi saranno l’oggetto di continui sospetti”.

E Flavia svelò un suo segreto“Io so, per aver sentito dire,  che mia madre ebbe in mio padre un marito geloso e che ella soffrì molto per i suoi gelosi sospetti. Ma possono essere questi racconti  motivo per il quale io, a mia volta, debba  incontrare  un simile marito”?

“La maggioranza dei fidanzati, le disse Achillèo, si mostrano dolci e sommessi prima del matrimonio, ma dopo tradiscono la loro vera natura (dopo i confetti escono i difetti, come recita un proverbio isolano) e bisogna patire le loro violenze e le loro brutalità. Un guaio e un pericolo del matrimonio è che la moglie porti notte e giorno nel suo seno il fardello che ha concepito per cui sarà pallida, appesantita, languida, appena capace di trascinarsi, prigioniera di strane voglie di cibi nocivi.

Achillèo mette in bocca a Nerèo l’elogio della verginità: “O felice santa verginità, estranea a tutti questi pericoli. Chi la possiede è simile a Dio. Chi la possiede è come una regina, superiore a tutte le altri nobili e illustri matrone, così la verginità è prima fra tutte le altre virtù e non cede il passo che al martirio. La Fede l’accarezza, la Speranza l’abbraccia, la Carità la copre di baci; la pazienza, il disprezzo del mondo, la costanza, la perseveranza, l’ospitalità e tutte le virtù che ho già nominate, e quelle non nominate, le fanno corona e sono sue serve, in mezzo al verde del paradiso e ai fiori della vita eterna.”

Achilleo lo zittisce e continua  lui: “Ciò che mio fratello ha ricordato è poca cosa: Da un vasto fiume egli non ha attinto, diciamo così, che poche gocce. Abbastanza per gustare il sapore dell’acqua del fiume ma non in grado di comprenderla tutta. E così nessuna parola potrebbe spiegare la felicità e la delizia di detta vita, nessun pensiero saprebbe raggiungerle, nessun discorso comprenderle. Ma, nei secoli, la verginità guarda la sua gloria e la sua dignità”.

Un giorno Nerèo le disse: “Le vergini cristiane hanno uno sposo che nessun principe può mettersi alla pari. Non esiste membro di casa regnante o sovrano o imperatore che possa eguagliarlo in ricchezza, in potenza, in generosità, in altruismo, in carità, in pietà.

Le fecero un tale lavaggio del cervello che la povera Flavia attenta e presa dalle parole di Nerèo, così rispose: “ Se  io avessi avuto la conoscenza di questo Dio, mai mi sarei fidanzata e mai avrei offerto la mia vita a Aureliano: Mi sarei dedicata a questo Signore che voi in questo  momento mi state facendo conoscere, per meritare il titolo della santità. Voi sapete che sono stata anche battezzata, rinunciando al culto degli idoli e, se meglio istruita, sicuramente avrei avuto disprezzo per la voglia sessuale. Se questa conoscenza l’avessi avuta prima mai, ripeto, mi sarei fidanzata con Aureliano che ora amo con tutta l’anima”.

Terminò il suo discorso affermando nel confidare che se questo Dio l’avesse ispirata e iniettata la sua saggezza non avrebbe posto ostacoli per raggiungere quella felicità che era il suo unico desiderio.

A questo punto i due donzelli, dopo ore di domande e risposte le pongono una precisa domanda: “Scegli dunque adesso colui che preferisci: o l’eterno sposo con le delizie eterne, o un uomo che deve morire con le sue carezze di un momento”.

Flavia, compunta, manifesta il desiderio di ricevere il santo velo della religione.

E, senza perdere tempo, Nerèo ed Achillèo si recarono di corsa dal vescovo Clemente, una persona diversa dal console  Clemente, un santo, e gli raccontarono quanto era avvenuto con Flavia Domitilla.

Gli dissero anche che erano al servizio di Plautilla e lo misero a conoscenza che Flavia Domitilla, prima che Plautilla morisse e con il suo consenso e con l’assenso dell’imperatore, si era fidanzata con il nobile Aureliano, un personaggio della Roma aristocratica.

Noi abbiamo cercato di farle apprendere la parola santa che noi stessi raccogliemmo dalle labbra dell’apostolo Pietro.

Questo le dicemmo: “La vergine che, per amore del Signore, conserva la verginità, merita di avere Cristo per sposo perché con lui, in questa felice unione, vivrà una eternità colma di gioia e di gloria. Le vergini cristiane hanno uno sposo che nessun Principe può mettersi alla pari. Non esiste membro di casa regnante o sovrano o imperatore che possa uguagliarlo in ricchezza,in potenza, in generosità, in altruismo, in carità, in pietà”.

E continuarono: “Domitilla, venuta a conoscenza di questa promessa, si è resa disponibile ad essere consacrata vergine e desiderosa di ricevere  dalle vostre mani il velo della verginità”.

Il santo uomo appena sentì la richiesta capì che si sarebbero gettati in un cratere che eruttava palle di fuoco.

“Mi pare di vedere che è venuto il tempo nel quale io, voi ed ella, per questa cagione riceveremo la corona del martirio. Ma comandamento del nostro Signore è che noi non dobbiamo temere coloro che uccidono il corpo e perciò dobbiamo ingegnarci a obbedire al Principe della vita eterna”.

Subito si mosse e andò con loro al palagio della vergine Flavia Domitilla dove la consacrò, le impose il santo velo della religione e la benedisse. Poi tornò a casa tutto allegro e pieno di letizia spirituale. Rimase incantato il buono e santo Clemente per il fervore e la devozione della giovane che si era mostrata  disposta a subire e a sopportare qualsiasi pena fino alla morte.

Erano passati pochi giorni da questo avvenimento quando un amico nell’incontrare Aureliano, il promesso sposo,  gli disse: “ Hai tanto indugiato a menare la Flavia che tu, ora, l’hai perduta. Sappi che ora lei è cristiana e sono passati pochi giorni, secondo l’usanza dei cristiani, che ella è velata e sposata. E da oggi non le potrai neanche parlare. Io penso che chi ha contribuito in modo preponderante alla sua trasformazione religiosa siano stati i due donzelli”.

Aureliano l’amava, l’amava profondamente, come intensamente era amato da Flavia, e non aveva perduto la speranza di possederla.

Queste notizie, però,  oltre a fargli male lo infuriarono. Come dicevano i nostri nonni: “Jéve truvanne ciénte pe na ranfe”

Subito andò a casa della promessa sposa per favellare a lei come era solito fare ma i famigli si frapposero e non lo fecero entrare.
Alle sue insistenze Flavia Domitilla gli fece dire: “Sappi che non vi è cagione alcuna che io debba favellare con te. Io sono sposa di Cristo e non mi è lecito vederti”.

Udita la risposta, Aureliano, furioso come una tigre, corse dall’imperatore raccontandogli, per filo e per segno, come erano andate le cose, accusando, in primo luogo il vescovo Clemente e molti cristiani tra cui Nerèo ed Achillèo. L’imperatore ascoltò con molto interesse la relazione rabbiosa e avvelenata di Aureliano e rispose: “ Per la salute dei nostri Dei, il disfarò questa pessima generazione di cristiani”.

Poi mandò a chiamare la vergine Flavia Domitilla che si presentò accompagnata da molte nobili donzelle  e, vedendola velata, tanto si rattristò che pianse.

La fece avvicinare e le disse: “Figliuola mia, che fama è questa che è venuta agli orecchi miei di te e l’animo mio è tutto contrastato. Nessuna persona, quando nascesti si rallegrò più di me e in segno di ciò, quando mi fu annunziata la tua natività, comandai che ti ponessero il mio nome e ora tu scioccamente hai creduto al malvagio consiglio dei cristiani abbandonando i nostri Iddii.

Io speravo di rallegrare tutta Roma di te e celebrare le tue nozze con grande gloria. Tu, invece, non hai seguito i miei comandamenti e hai scelto un’altra via, una via asprissima”.

Ascoltata questa rampogna, la vergine Flavia così rispose: “Quello che ho fatto, o potentissimo principe, non lo negherò mai. Ho fuggito le tenebre ed ho ritrovato il lume; ho lasciato l’errore e ho trovato la verità; ho rinunciato ai demoni e ho incontrato Cristo.

Quelle statue che tu adori sono idoli, non hanno fiato e sono sorde”.

Lo scontro, il diverbio tra lo zio e la nipote durò a lungo, molto a lungo, con la speranza, vana, da parte dell’imperatore di poter convincere la giovane.

Gli storici riportano che Domiziano, furioso come una belva feroce, per non essere riuscito a convincere la giovane fanciulla, la condannò, all’istante, con la sua corte di eunuchi e amiche,  all’esilio nell’isola di Ponza.

Il soggiorno di confino a Ponza, suo e dei suoi schiavi, fu lungo e duro.

La testimonianza di San Gerolamo, e di tanti autori classici, riguardante il lungo soggiorno di Flavia Domitilla  a Ponza, non permette, non consente di pensare che, esiliata nel 95, ella abbia potuto beneficiare  del decreto Nerva, emesso nell’anno seguente, che stabiliva amnistia e perdono non solo per i condannati politici ma anche per gli esiliati cristiani.

La vittima più illustre di questo periodo fu il console Flavio Clemente, cugino e genero dell’imperatore, essendo il marito della propria figlia Flavia Domitilla, la Minore.

Egli  professava, come tutti, nascostamente la religione di Cristo e quando le voci di questo suo rinnegamento del culto di Roma imperiale, per abbracciare il cristianesimo, arrivarono alle orecchie di Vespasiano non ci fu scampo. Anche lui dovette subire, come tutti gli altri proseliti,  la condanna a morte, nonostante  i suoi particolari legami di sangue con la famiglia imperiale.

Non si guardava in faccia nessuno.

Sua  moglie, Flavia Domitilla, la Minore, che professava la stessa fede, fu relegata sull’isola di Pandataria, l’attuale Ventotene.

La loro nipote, la nostra Flavia Domitilla, venne invece esiliata nell’isola di Ponza dove, secondo Dione, espiò un lungo martirio.

 

[Flavia Domitilla. 2 – Continua qui]

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