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0016-016 i-23 i-24 s2-27 83a Cunicoli semisommersi nei pressi delle cosiddette grotte di Pilato

Ragazzino dell’isola e le fere. Il ‘mio’ Horcynus Orca (4)

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di Sandro Russo

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Il sodalizio tra i bambini e le fere prende diverse pagine del romanzo Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo.

Come – nel romanzo – la storia del ragazzino di Baia (p. 248), che tutte le mattine raggiunge la scuola sulla groppa del delfino e l’indimenticabile episodio della ‘mezzogiornara’, la feruzza compagna di giochi di Caitanello bambino (Caitanello è il padre di ‘Ndrja, e l’episodio è ricordato dal figlio – Ndr)

 

 

Una delle fere: il tursiope (Tursiops truncatus) o delfino dal naso a bottiglia. ‘Truncatus’, così come il nome comune inglese (Bottlenose Dolphin), si riferiscono alla conformazione del rostro. L’espressione atteggiata ‘a sorriso’ dipende dalla posizione obbligata delle mascelle. Sulla porzione apicale del capo è presente lo sfiatatoio, attraverso il quale viene espulsa l’aria respirata.

“C’è un passato tra noi e quelle… E con quelle intendevano dire le più radicate abitué dello scill’e cariddi, che ancora feruzze con la bocca da latte, tutti i giorni, senza mancare mai, come femminelle attirate dai giochi dei maschi, se la squagliavano dai branchi e venivano a sciacquarsela alla ‘Ricchia’, perchè là, fra le acquette appartate e linguine di rena davanti alla grotta, fere muccuse e pellisquadre muccusi s’appuntavano sempre alla stessa ora, facendo, a coppie, una bella comarchetta di compagnelli e compagnelle: questo se la diceva con quella, perchè una volta che s’incontravano i caratteri, giocavano sempre a coppie fisse.

Quella di Caitanello Cambrìa, la ferruzza con cui se la diceva lui, era appunto la famosa Mezzogiornara, perchè stilava comparire col sole alto, come aspettasse appositamente di avere sopra una splendida luce, per fare, tutta flaccommoda, la sua comparsa nel mare della ‘Ricchia, quando già Luigino con la Dranghita, Cosimino con la Mortadifame, Artù con la Palermitana, Jano con la Scassata, ognuno con la sua insomma, si divertivano ormai da un pezzo” .

 

“Quando la feruzza entrava fra gli scogli [Caitanello] la chiamava, (…) …richiamava la sua attenzione  facendole segnali con le braccia e gridando: Mezzogiornara, oh Mezzogiornara, nemmeno se quella si trovasse nei mari di altura: quella che, per quanto muccusa, si sentiva già genio di cocottiare, non appena il compagnello la chiamava, sfarfalliava con le ciglia come per spolverarsi d’un residuo sonno, occhìava intorno e fingendo di vederlo allora allora, faceva la scena  dell’esultanza: caprioleggiava, saltando altissima, sopra, sotto, battendosi sui pettorali con le manuncule e gettando iiih a non finire, ma pure qualche scorreggetta, che per una fera, sia feruzza sia ferazza, suona sempre a musica, dando così ad intendere che la sola vista di lui le faceva perdere la testa, scoppiare il cuore di tamtam del sangue in subbuglio, la faceva insomma risuonare tutta dentro di felicità” .

Le fere nell’Horcynus, esprimono la profonda fascinazione che sempre esse hanno rappresentato agli occhi dei pescatori, per i loro aspetti così simili a quelli umani: ora amiche, ora nemiche, i pescatori si confrontano con esse alla pari. Qui sopra e nelle quattro foto a seguire, il parto e i primi momenti di accudimento di una feruzza…

 

 

Subito dopo la nascita, la madre – spesso coadiuvata da un’altra femmina del gruppo – solleva delicatamente il piccolo verso la superficie, perché possa fare il suo primo respiro. Le femmine dei delfini allattano i piccoli. La loro ghiandola mammaria, grazie ad un muscolo possente, è retrattile ed è in grado di emettere latte sotto pressione. Poiché il piccolo delfino non può poppare, essendo privo di labbra, quando ha fame assesta leggeri colpetti di rostro contro il ventre della madre: il capezzolo allora fuoriesce ed emette uno schizzo di latte direttamente nella bocca semiaperta del piccolo. Il latte è il suo unico cibo per 19 mesi, talvolta anche molto più a lungo.

***

Un manuale illustrato per riconoscere le grandi creature del mare l’avevo cercato per la verità anch’io, spinto dalla stessa esigenza di riportare alla realtà esseri e/o vicende che nel romanzo continuamente trapassano dal reale, all’irreale; dal fantastico al simbolico. Lì avevo anche imparato che i grandi mammiferi marini, le balene, le orche e i delfini hanno la coda piatta, a differenza degli altri pesci, inclusi gli squali… E nel libro la coda (dell’Orca) ha un particolare rilievo…

“Venne difatti, verso il ventinove, trenta, il signor Cama, mandato come Delegato di Spiaggia. Venne lui e quel suo famoso libro colorato di scene e figure di giganti marini: lui e quel suo arcamelecca di libro, dal quale non si separava mai, nemmeno a letto, per cui se qualche volta non l’aveva in mano, o sottobraccio, o sulle ginocchia, sembrava un poco nudo” (p. 657).

 

Lo scrigno delle meraviglie del mio libro sui grandi mammiferi marini (1a edizione manuali Fabbri, 1995): una piccola ‘arcamelecca’ rispetto al ‘Manuale di Cetologia illustrata del signor Cama’.

Per altre vie – affidate al caso e del tutto sconosciute agli umani – mi sono poi imbattuto nella riedizione di un libro che sicuramente Stefano D’Arrigo aveva avuto ben presente, nell’elaborazione del suo Horcynus.

L’immagine in copertina ‘Fanciullo sul delfino’ è la decorazione su un’anfora risalente al  V sec. a.C., conservata al Museo Archeologico Nazionale di Atene.

L’edizione – italiano e testo latino a fronte – del libro IX della monumentale Naturalis Historia di Plinio, debutto della casa editrice ‘Il grande Blu’, fortemente voluta da uno dei redattori di questo sito ‘ponzaracconta’. Qui Plinio  si produce in una raccolta di storie mirabolanti a sostegno dell’intelligenza degli esseri acquatici e dei delfini in particolare. E’ lo stesso Plinio (il Vecchio), nato nel 23 d.C. che morì nel 79 d.C. tra le esalazioni sulfuree dell’eruzione vulcanica del Vesuvio che distrusse Ercolano e Pompei, mentre cercava di osservare il fenomeno vulcanico più da vicino.

‘Tout se tient” – dicono i francesi, e davvero sembra che tutto sia collegato, in questa riscoperta del libro di Stefano D’Arrigo e negli strani intrecci che ha avuto con la mia fanciullezza e adolescenza isolana…

Sandro Russo

[Ragazzino dell’isola e le fere. Il ‘mio’ Horcynus Orca 4. Continua qui]

 

 

 

 

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