Voci di Ieri

Lontano da Ponza. Trova tutti gli articoli nel menù: “Storia”

Immagini

0006-006 i-03-bis p-18-1di4 sn v4-1 68c

La storia della pesca subacquea a Ponza (1)

Condividi questo articolo

di Antonino ‘Nino’ Baglio

.

Non so esattamente in quale anno, ma  sicuramente fu prima della Seconda Guerra Mondiale che la storia della pesca subacquea  ebbe inizio a Ponza ed in Italia.

Si diffuse infatti lungo le coste del Tirreno, fin su nel golfo del Tigullio, grazie ad alcuni giapponesi che, spostandosi lungo lo Stivale, la praticarono stimolando la curiosità dei locali.

Il riferimento al golfo del Tigullio è obbligatorio in quanto Duilio Marcante, che diverrà un punto di riferimento della subacquea in Italia, è l’unico che parla della presenza dei giapponesi in numerosi scritti. Sarà proprio in Liguria che muoverà i primi passi la pesca subacquea e di conseguenza si svilupperà l’industria delle relative attrezzature subacquee.

La presenza dei due o tre giapponesi  che praticavano la pesca subacquea, a Ponza non passò inosservata, sia per la particolare attrezzatura utilizzata che per il notevole quantitativo di pescato. Essi si immergevano senza pinne, né maschera. Si coprivano il capo con un fazzoletto bianco, cosa che ancora oggi è possibile osservare nelle ultime pescatrici di molluschi in Giappone, e indossavano un paio di occhialini simili a quelli utilizzati dai saldatori.

Le prede venivano letteralmente infilzate con un’asta di bambù. Essa era lunga circa due metri e montava nella parte anteriore un terminale in ferro lungo circa 40 cm. Avevano anche risolto il problema del galleggiamento dell’asta in modo semplice e geniale: praticando dei fori lungo tutta la sua lunghezza  in modo da permettere all’acqua di penetrare all’interno e di annullare così la spinta al galleggiamento. L’attrezzo aveva in questo modo assetto neutro permettendo con facilità un brandeggio orizzontale. Ed era questo il modo di colpire la preda: il sub si portava sul fondo a pochi metri di profondità e, cercando di tenersi il più orizzontale possibile, impugnava il bambù con una presa a pugno chiuso; poi, con il braccio piegato all’indietro a 90 gradi, la lanciava, spingendola con un movimento verso avanti.

L’asta, maneggiata in questo modo, proseguiva la sua corsa per un paio di metri, divenendo in tal modo un’arma efficace, tanto da permettere anche catture di notevoli dimensioni. Ciò provocò sull’isola sentimenti contrastanti: meraviglia, stupore, ma ci fu anche chi insinuò che i giapponesi utilizzassero del veleno, che sciolto nell’acqua, stordiva i pesci che venivano così facilmente infilzati. La polemica crebbe e per fugare qualsiasi dubbio, fu organizzata una battuta di pesca alla presenza di tutti. L’esibizione ebbe luogo lungo l’antimurale del porto e il tramite tra le autorità, i pescatori locali ed i sub giapponesi, fu Aristide Baglio che, cogliendo l’occasione al volo, riuscì a carpire tutti i segreti della nuova tecnica. Ovviamente la dimostrazione fugò qualsiasi dubbio sull’uso di mezzi illeciti.

Da questo momento la storia diventa tutta ponzese. Aristide Baglio si costruì i primi occhialini utilizzando il legno dell’albero del fico, fissando i vetri con la cera lacca o il catrame e l’asta di bambù con la punta in ferro. Fu con questi rudimentali mezzi che avvenne la prima cattura di un pesce da parte di un sub ponzese. Aristide infilzò il primo sarago esattamente alla base del piccolo scoglio affiorante che si incontra alla fine del passaggio del faraglione della Madonna, direzione porto – parata. Nella costruzione degli attrezzi fu affiancato dal suo inseparabile amico, Aldo Graziosi, il quale da buon tecnico, lo aiutò nella realizzazione di quello che, credo, debba essere ricordato come il primo abbozzo di fucile subacqueo moderno.

I due, Aristide ed Aldo, crearono un fucile ad elastici utilizzando come propulsori due molle che smontarono da un estensore, attrezzo utilizzato per la ginnastica, formato da due maniglie collegate a due molle resistenti all’estensione. Bloccarono le molle su una tavoletta di legno e crearono un fermo corsa che veniva liberato da un rudimentale grilletto che faceva partire un’asta in ferro. Il tutto era sorretto da un semplice manico posto nella parte sottostante. Per la innegabile somiglianza, gli fu dato il nome di “chianozza”.

Fu sperimentato fuori acqua con notevoli risultati. La porta della cantina del nonno ne ha portato le tracce fino a pochi anni fa, ma in acqua deluse le aspettative.

Le industrie non si fecero attendere e, ignare dei tentativi di Aristide ed Aldo, produssero i primi veri fucili subacquei. Fecero la loro comparsa il ‘Malagamba’, il ‘Cernia’, il ‘Saetta’: fucili mitici. Le prime maschere erano enormi, ed avevano due difetti fondamentali: per compensare occorreva indossare lo stringi-naso, un’autentica tortura che bloccando il naso non permetteva di bilanciare la pressione esterna, tanto che a pochi metri di profondità la maschera si schiacciava contro il viso facendo, strano gioco del destino, somigliare tutti a dei giapponesi.

Il secondo difetto era quello della presa d’aria che avveniva tramite un tubo inserito nel corpo maschera, la cui apertura veniva chiusa all’esterno da una guarnizione, spinta da un bilanciere, mosso dal galleggiamento di un sughero. Questo tipo di maschera imponeva una tecnica di immersione che ormai nessuno ricorda più. Il sub non poteva fare la capriola perché il sughero, spingendo verso l’alto, provocava l’allagamento della maschera. Era pertanto costretto a darsi uno slancio, fuoriuscendo con il busto dal mare, per poi, appena sotto il pelo dell’acqua, cominciare a scivolare con una discesa, mai completamente verticale verso il fondo.

Con la possibilità di utilizzare attrezzi prodotti industrialmente, la prima fase pioneristica ebbe termine. Al primo gruppetto, formato da Aristide Baglio, Aldo Graziosi, Luigi Murolo e Alberto Migliaccio, si unirono Ninotto Mazzella e, subito dopo Silverio Zecca (Zecchetiéll’) e Mimì Dies. Essi caratterizzarono la subacquea di Ponza tra la fine degli anni quaranta e gli inizi degli anni sessanta. Si recavano nelle zone di pesca utilizzando la barca di Aristide, che era quella tipica dell’epoca, a doppia prua. Lo facevano a remi ed il barcaiolo ‘titolare’ era Gaetano Coppa, “U’ russ”, il quale prima di arruolarsi nella legione straniera, fortificò il suo fisico con interminabili remate.

Gaetano aveva una passione particolare per uno dei personaggi dell’Intrepido, fumetto dell’epoca, tale Liberty Kid. Questa sua passione e il suo abbigliamento, che non doveva essere dei più eleganti, gli fece guadagnare da parte del gruppo il soprannome di “Kid Munnezza”.

E’ in questo periodo che Ponza accoglie i personaggi del mondo della nascente cinematografia subacquea, quali Bruno Vailati e Folco Quilici, che venivano per testare i materiali ed organizzare gli staff, prima di partire per luoghi esotici ove ambientavano le loro opere. Fu questa l’occasione che permise a Silverio Zecca, che aveva partecipato con ottimi risultati a gare di pesca subacquea, e a Mimì Dies, di entrare a far parte di varie spedizioni al seguito di Vailati e Quilici. Tra l’altro furono attori protagonisti di film quali “Sesto Continente” o documentari quali l’immersione sul relitto dell’Andrea Doria.

Zecca ed il gruppo di sub del film “Sesto Continente” hanno detenuto per anni il record mondiale della cattura del pesce di maggior peso effettuato con fucile subacqueo. Si trattava di una manta gigante che, nonostante numerosi colpi continuava a nuotare trascinando con sé di tutto, fin quando Silverio Zecca ebbe l’idea di colpirla in quello che era il suo motore, le ali. La fiocinò proprio sull’ala destra e questa fu la mossa vincente, l’animale perse potenza e fu bloccata da altre fiocinate. Tutta la scena è stata ripresa e fa parte del film “Sesto Continente” interamente girato nel Mar Rosso.

 

Nei primi anni sessanta viene alla ribalta quello che, a parere di chi lo ha conosciuto, è stato il sub più completo della storia ponzese: Pino Gavino. Io che ho avuto il piacere di pescare con lui posso affermare, senza timore di smentita, che egli è stato sicuramente il “cacciatore” subacqueo più bravo. Quello che lo caratterizzava, oltre ad un carattere “particolare”, era un innato istinto predatorio. Era entrato talmente in simbiosi con le sue prede, che ne anticipava le mosse, ne prevedeva azioni e reazioni. Le sue doti gli permisero di essere il primo pescatore sub professionista; viveva, infatti, del suo pescato.

Come dicevo, ho avuto la fortuna di pescare in sua compagnia, durante l’ultimo periodo della sua attività. Facemmo coppia perché ad entrambi mancava qualcosa per essere autosufficienti in mare. Io avevo la barca ma non il fuoribordo, lui il fuoribordo, un SEAGULL 5 HP, regalo di sua “ammiratrice”, ma non la barca.

La sua vicinanza mi permise di aggiungere i suoi insegnamenti al bagaglio delle tecniche apprese da mio padre Aristide, ormai superate.

 

Sono certo nell’indicare questo periodo, 1960-1970/74 come quello d’oro della subacquea ponzese. Il mare allora era ricchissimo di pesci e organizzare una battuta di pesca a Palmarola o Zannone aveva il fascino dell’avventura. Sembrava quasi di vivere le scene di film ambientati nei mari tropicali. Arrivare a Palmarola, poco dopo l’alba, era come entrare in un tempio. Lo si faceva in silenzio, sembrava quasi di profanare un luogo sacro. C’eri tu, il tuo compagno di pesca, il barcaiolo e null’altro.

Questi furono gli anni in cui si formò il gruppo di subacquei ponzesi più numeroso e di grande abilità. Avevano ormai smesso i pionieri, e sulla scia di Pino Gavino si erano formati Cesare, Salvatore e Benedetto Sandolo, Giuseppe De Luca, dotato di una apnea notevole; poi io -Nino Baglio – e Giovanni Affinito detto Vanni.

Tra noi si instaurò una sana rivalità che ci permise di fare costanti miglioramenti. Furono quelli anche gli anni dell’evoluzione della tecnologia. Si passò dai fucili a molla a quella ad aria compressa; le pinne divennero più lunghe, le maschere più piccole.

Furono anche gli ultimi sussulti di un mondo pionieristico che stava scomparendo. Il gruppo si adattò alle nuove tecniche, ma il balzo successivo non li vide più protagonisti.

 

Questa – che mi è stata in parte raccontata dai diretti protagonisti, mio padre Aristide, il suo amico Aldo Graziosi, Luigi Murolo, Silverio Zecca, e in parte ho vissuto vissuto direttamente, – è la magnifica storia della pesca subacquea a Ponza fino agli anni ottanta.

Quella successiva avrà altri protagonisti, che provvederanno a testimoniarla…

Nino Baglio

[La storia della pesca subacquea a Ponza. (1) –  Continua qui]

 

 

Condividi questo articolo

1 commento per La storia della pesca subacquea a Ponza (1)

  • Sandro Russo

    Riprendo da repubblica on-line queste belle riprese di immersione con la lunga picca (certo non facile da maneggiare) che ha descritto Nino Baglio in un articolo agli inizi del sito sulle prime immersioni subacquee a Ponza.

    Guarda il video