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Il viaggio delle aragoste

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di Sandro Vitello

Dopo aver letto l’articolo di Silverio Guarino sulle mozzarelle mi è venuta in mente una simpatica storiella sui pesci, e sulle aragoste in particolare, che negli anni che furono partivano da Ponza per essere regalate a parenti o a qualche autorità con cui sdebitarsi.

Dalla metà degli anni sessanta la mia famiglia ha avuto parenti in Lombardia e questo ha fatto sì che diversi di noi si andasse da quelle parti, per andarli a trovare o per motivi di salute.

Avere un parente che lavorava in ospedale significava conoscere un medico bravo, che ti visitava subito e che se ce n’è bisogno ti trovava pure subito il posto in ospedale.

Questo succedeva una vita fa.

Ma siccome una cosa che non fa difetto ai ponzesi è la riconoscenza, non ci si presentava mai “con le mani in mano”.

Chi è stato paziente e suddito del dottore Sandolo queste cose le sa meglio degli altri.

Sta di fatto che in procinto di partire per uno di questi viaggi, visto che è la stagione giusta, si decide di portare a Milano tre o quattro aragoste.

Le aragoste di Ponza sono sempre buone ma quelle pescate in primavera sono le migliori: belle, grasse, saporite, buone quasi come i “felloni”, anche se l’aragosta rimane sempre più aristocratica.

Infatti come si diceva a casa mia, i ricchi si mangiano l’aragosta con la maionese n’coppa; una schifezza. Chi vuole godere veramente della bontà dell’aragosta deve mangiarsi soprattutto una bella pastasciutta condita con il sugo fatto con il “cuoccio” spaccato verticalmente.

Mio padre tornando da pesca la giornata che precede la partenza porta a casa una cassetta di aragoste, tutte vive e incazzate, coperte da uno straccio bagnato.

Lascia le aragoste in cortile e manda mio fratello a raccogliere un sacco di foglie di canna.

La canna abitualmente usata a Ponza per fare i sostegni alle viti. Quella stessa canna che fece la fortuna dei velieri-vivai che portavano le aragoste dalla Sardegna a Marsiglia.

La canna messa nelle vasche che portavano le aragoste a destinazione evitava a queste di sbattere l’una contro l’altra evitando una eccessiva moria lungo il viaggio.

Quando mio fratello torna a casa inizia un lavoro di grandissima abilità artigiana: le aragoste vengono avvolte completamente, una per una, dentro un “sarcofago” di foglie di canna.

Ogni aragosta, con la coda piegata su se stessa, con grande delicatezza veniva sistemata in questo involucro che le avrebbe garantito per diverse ore quella freschezza necessaria a farla arrivare a destinazione ancora viva, o quasi.

Sta di fatto che la mattina successiva si parte e inizia un lunghissimo viaggio in treno che dopo tante ore ci avrebbe portato a Milano.

Dopo aver cambiato treno a Roma ed aver preso posto in uno scompartimento con troppa gente e dove faceva pure caldo mio padre decide di trovare una sistemazione diversa da quella che aveva scelto per le sue aragoste.

Queste prima della partenza da casa erano state sistemate in una borsa comoda ma chiusa, dove le nostre aragoste erano al sicuro ma di aria ne pigliavano poca.

Sul treno, col caldo che faceva, si rischiava di perdere tutto il lavoro fatto nella preparazione delle aragoste.

Facendosi largo tra tutta la massa di gente che c’era in giro, si recupera la borsa e ci si avvia verso la testa del vagone.

Tra un vagone e l’altro una volta c’era uno spazio aperto dove sicuramente le aragoste sarebbero state meglio. Si piglia la borsa e la si appende ad un corrimano in quello spazio aperto e si decide che a turno si deve fare la guardia al nostro prezioso carico, perchè “sulla terraferma è pieno di mariuoli”.

Quando tocca il mio turno, per un po’ sono vigile e presente, poi (ero un ragazzino) vengo preso dal sonno e mi appisolo seduto per terra davanti alla porta. Sta di fatto che dopo un po’ passa di lì un controllore che si insospettisce di quella borsa lasciata lì e, siccome io non sono molto presente, incomincia ad aprirla per capire di cosa si tratta.

Per fortuna le corna (antenne) delle aragoste venivano fuori dalle foglie di canna; il controllore capì di cosa si trattava.

Io intanto mi ero svegliato ed avevo dato tutte le spiegazioni del caso.

Le aragoste arrivarono a destinazione in buono stato e fecero un figurone quando furono consegnate al destinatario.

Erano questi, sistemi antiquati per far viaggiare alcune specialità, ma i limiti di quel periodo davano un sapore diverso anche al cibo.

La novità di altri sapori era legata al viaggio o a relazioni “speciali” che ci potevano essere tra persone di mondo diversi.

Oggi nel negozio sotto casa si trova tutto, di tutto il mondo, in qualsiasi stagione e il sapore di quelle aragoste non sarà più unico.

Ciao

Sandro Vitiello

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