Voci di Ieri

Lontano da Ponza. Trova tutti gli articoli nel menù: “Storia”

Immagini

0035-035 i-08 l-06 s1-23 37 56

Uomini senza vento, di Simone Perotti

Condividi questo articolo

di Sandro Russo

 

“Uomini Senza Vento” (Garzanti) di Simone Perotti è una storia incalzante, in cui avventura e indagine interiore si inseguono in modo spietato e senza tregua. Alle pagine di navigazione, inseguimento, paura, fanno eco le domande del protagonista, i suoi mostri, il disagio di un uomo giunto ormai inesorabilmente a un bivio esistenziale.

“Uomini Senza Vento” è un romanzo mediterraneo, un noir ambientato tra l’isola di Ponza, Palmarola, Bastia, l’Elba, di nuovo Ponza. Il protagonista, Renato, va a trovare il suo amico Antonio De Luca che chiede il suo aiuto per dipanare un’intricata matassa di misteri e minacce, pescatori illegali, navi nere, morti senza spiegazioni. Con lui e Oreste Romagnolo, Renato si troverà invischiato in una storia difficile, rischiosa, piena di incognite. Ma questo è nulla rispetto al disagio di trovarsi di fronte Sara, una militante ambientalista con pochi dubbi ma molte zone d’ombra. Questa ragazza rappresenta l’antipode naturale di Renato, troppo incerto nella vita e lontano dalle sue vere passioni. Il protagonista rischierà la vita, dovrà fronteggiare ostacoli e spietati antagonisti, ma sarà il confronto/incontro con Sara a metterlo assai più in crisi. Ama il mare, vorrebbe vivere in modo più libero, e Sara lo capisce, lo provoca. Cosa gli impedisce di smettere di lavorare a Milano, in un contesto disumanizzato e inautentico? Cosa lo trattiene?

Saranno gli avvenimenti a scegliere per lui, in un crescendo mozzafiato in cui resistere, non assecondare il destino, diventerà passo dopo passo sempre più impossibile.

‘Uomini Senza Vento’ si inserisce perfettamente nella trilogia sul cambiamento (downshifting), a metà strada tra “Adesso Basta” e “Avanti Tutta”, due saggi di cui, questo romanzo, è il contraltare narrativo.

Avverte l’Autore, prima dell’inizio della narrazione:

“Questa storia nasce da un fatto realmente accaduto.

Antonio e Oreste, miei cari amici, esistono davvero.

Anche Ponza e i luoghi che descrivo sono reali.

Il protagonista e la protagonista invece sono persanaggi di fantasia, come anche l’intreccio della storia.

Di conseguenza ogni coincidenza tra la narrazione e le realtà, sia riguardo ai personaggi, alle autorità marittime e di pubblica sicurezza sia agli organismi scientifici e universitari, è puramente casuale”

Due ritratti, dal libro:

Oreste. “Oreste è il mago del pesce. Il Kandinskij della cucina mediterranea. Faceva il gioielliere, ma gli amici gli dicevano che era uno spreco. L’oro e le pietre preziose non davano le stesse soddisfazioni del cibo (…) Oreste non è un cuoco. Non è uno chef. È un artista, un creativo puro, partito col piede del maestro prima di diventare allievo (…). Fa il gelato di patate e ci stende sopra la ricciola marinata, o la tartara di dentice. Con le uova di riccio ha inventato una maionese che lascia senza fiato. Monta le uova con l’olio a filo, poi usa la salsa per i gamberoni avvolti in pasta greca, croccanti di forno. In lui Mediterraneo e oro, sapori e immaginazione. Trita al coltello i gamberi rossi, lega appena con un po’ di patata schiacciata, fa degli hamburger con sopra mollica imbevuta di teste di gambero, olio e pepe e fa gratinare appena. Oreste prende il Mediterraneo e te lo fa mangiare. Cucina come Jean-Claude Izzo scriveva”.

Antonio. “Cos’è Antonio? Un filosofo? Oppure un poeta, un viaggiatore, un eremita, un marinaio…? Il suo mestiere ufficiale è l’ormeggiatore. Gestisce la cooperativa Ponza-Mare, proprio all’entrata del porto. Il giorno in cui lo incontrai ci trovammo all’istante. Andammo a casa sua scalando il versante nord della Dragonara, che a Ponza chiamano più  familiarmente Monte Guardia. Località Punta Fieno. Per arrivarci bisogna fare venti minuti di gommone, oppure un’oretta di marcia via terra.

Mentre salivamo lungo l’erta la vista della baia di levante sfolgorava. Era maggio. L’odore acre del polline, le barbe ritte del finocchio, gli arbusti già brillanti, l’erba alta, i limoni. A tratti, dove il camminamento s’infittiva di vegetazione, dovemmo farci strada a braccia tra le ginestre. Sui miei occhiali s’era posata una polvere sottile. Dalla sommità avevamo guardato le due prode. Una viva, appena indaffarata nel lento della mattina. L’altra solitaria e scabrosa. Di fronte a Chiaia di Luna osservammo il dorso gibboso di Palmarola protetta dal lenzuolo azzurro dell’umidità. Antonio aveva detto qualcosa, io avevo risposto. Parole subito sapide, citazioni di una cultura ancestrale”.

 

C’è un valore aggiunto in un libro che parla di cose che si conoscono bene; di temi – il mare, la protezione dell’ambiente – e di luoghi che si frequentano da sempre.

Un’altra impennata di originalità è nella presentazione dei personaggi con il loro vero nome e cognome. Persone che conosciamo e che si muovono insieme a noi. Che potremmo essere noi… Ritroviamo così Oreste; e Antonio, più ‘Corto Maltese’ di quanto non sia in realtà, ma indubitabilmente lui.

Poi c’è il mare. Tanto mare dentro e intorno a questo libro, e un forte senso di appartenenza al Mediterraneo e alle sue creature: popoli e genti che ne hanno colonizzato le coste, nei millenni. Così come si sente un afflato sincero per l’ambiente e la natura.

“Ogni uomo che sia nato nel Meduiterraneo deve avere un’isola, uno scoglio piantato da qualche parte, che faccia da simbolo, da pensiero. Per un uomo, un’isola è una bitta su cui tenere una cima per non andare alla deriva. Una casa a cui tornare. Come Ulisse aveva Itaca, io torno a Ponza”.

Quando si dice che la finzione attinge dalla realtà, spesso non si sa bene cosa si intende; questo libro ce ne mostra un esempio illuminante.

La navigazione notturna a vela da Portoferraio e l’approdo a Ponza nella tempesta è un pezzo magistrale; sono in pochi a conoscere bene il mare e insieme ad essere capaci di raccontarlo. Uno era un certo Conrad..!

È un libro a più livelli e di molti rimandi. Il protagonista si chiama Renato Reis; ‘Reis’, come uno dei tanti eteronimi di Fernando Pessoa, che Saramago resuscita ne ‘La morte di Ricardo Reis’ (1984) e lo stesso Saramago è l’autore de “La zattera di pietra” – (A jangada de pedra; 1986), che poi è il nome che Antonio ha dato alla sua abitazione del Fieno… [V. su questo stesso sito al link: http://www.ponzaracconta.it/2011/02/07/la-porta-sullestate/ ]
Nello spazio del romanzo c’è anche posto per un excursus sulla letteratura marinaresca e per una (breve) lezione sui mammiferi marini, alla maniera di Melville (!) che arricchì il suo grande romanzo Moby Dick (1851) – 700 pagine! …non certo un libro di avventure per bambini – di un enciclopedico trattato di cetologia.

I libri devono pur finire, a malincuore per il lettore appassionato, che è come il velista per cui: “Non importa arrivare; l’importante è il viaggio in sé!”

Il problema della fine del viaggio è soprattutto per lo scrittore, che dopo tanto navigare per spazi aperti deve arrivare ad una conclusione, ovvero in porto. Penso che la scelta di uno dei tanti finali possibili sia lo snodo più rischioso di ogni libro; un momento delicato per chi l’ha scritto… E qui la sospensione e la curiosità sono d’obbligo…

A tutti buona lettura e buon vento! …O come si dice a Ponza: Vient’n’poppa!

Sandro Russo

Condividi questo articolo