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La movimentata estate del ’72

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di Silverio Tomeo

Congedato in ritardo di  una quindicina di giorni, “consegnato” in camera per non aver salutato il capitano dell’Ufficio della Caserma dove ero di leva, dalla città militare della Cecchignola me ne ritornai a Lecce, all’alba dei primi di luglio del 1972. Ritrovai immediatamente la mia simpatica banda di gioventù ribelle, anzi accresciuta di belle presenze e di  nuovi attivisti. Senonché già ad agosto mi toccava venirmene un mese a Ponza con i miei, sulla casa alta del Pizzicato. Per non farmi sentire troppo solo e per poter conoscere la mitica isola tirrenica, in gruppo e in ordine sparso mi raggiunsero, in tante e in tanti, dalla città salentina, che è al centro di una penisola ricca di costa sia adriatica che jonica.

In breve, in quell’estate del ’72 si formò un accampamento spontaneo con le tende quasi a ridosso della strada attuale dell’acquedotto (che non esisteva ancora), nelle catene di terra di una mia dolce prozia che alla fine li lasciò dormire nei sacchi a pelo pure sul tetto di casa sua. Cose oggi impensabili, naturalmente, come altre che vado a rammentare.

Questa allegra comunità giovanile, di derivazione sessantottina e libertaria, si allargò ben presto. Un giovanissimo napoletano minorenne si prodigò in piccoli episodi di “esproprio”, tipo un camicione estivo da regalare alla nostra giovane professoressa, per balda galanteria. Allora anche un triestino alto, universitario, per emulazione riuscì a prendere al fruttarolo un’anguria americana di almeno dieci chilogrammi. Insomma, si era giovani e squattrinati. A un certo punto accaddero in magica sequenza cose simpatiche. Il giovane barcarolo che dal porto ci conduceva spesso a Frontone non volle mai essere pagato dal mio gruppo, né una volta né mai, per essere un mio lontano cugino e perché gli faceva simpatia quella combriccola. Alla mensa di Frontone (allora c’era una specie di convenzione dopolavoristica, ENAL, mi pare), un vero ristorante popolare affollato, un giovane cameriere non isolano, studente al lavoro stagionale, cominciò a farci pagare due pasti per tutta la tavolata, contribuendo di sua spontanea volontà ad alleviarci le spese. C’era empatia e simpatia, un riconoscersi a vista. Erano i primi anni di una stagione ancora lunga e indecifrabile. Anche altre estati furono poi variamente movimentate.

Sull’isola si affacciava il primo turismo di massa e soprattutto d’élite, ma neppure paragonabile ai decenni successivi. Una allora unica discoteca rumorosa era presente, doveva chiamarsi il Marirock (Mariroc – Ndr), su verso la salita della Madonna, e ogni sera a volume alto ospitava yachtsmen,  tutta una gioventù dorata che ballava con tuniche in stile ellenico, le stesse in voga a Capri. Ambiente-bene romanesco e napoletano, per lo più, poca o nessuna commistione con la gioventù proletaria o studentesca. Ebbene: una sera ci andammo in gruppo (eravamo cresciuti di numero, nel frattempo) a fischiare e rumoreggiare. Il precedente storico era per noi nella contestazione alla Bussola di Viareggio, dove un ragazzo di 16 anni rimase paralizzato per via di un colpo di pistola dei carabinieri, nell’anno fatidico del ‘68.

Cominciammo quindi a sposare varie cause di lotta popolare. Non è che non facessimo i bagni e le nuotate. Chi si prodigò in tentativi maldestri di socializzazione con belle turiste, chi attivò rimescolamenti affettivi nel gruppo. Uno dei nostri riuscì a intrecciare una storia con la giovane figlia di un ambasciatore e nel frattempo a innamorarsi di una bella napoletana.  Ricordo che incontrammo a Frontone, ottimi e incredibili nuotatori, Nicoletta Stame e Luca Mendolesi, una coppia storica del ’68 romano, entrambi studiosi di vaglia. Si passeggiava la sera a Sant’Antonio, che vedevamo come il borgo popolare per eccellenza. Un primo episodio di fronteggiamento avvenne all’Hotel Chiaia di Luna, che quindi già esisteva, dove dei ragazzi napoletani vennero a dirci che erano stati fatti lavorare come lavapiatti, sfruttati e poi non pagati, e per di più li volevano anche menare, se andavano a riprendersi le loro cose. Ebbene: in gruppo andammo a chiarire la faccenda accompagnando i ragazzi: si fecero vivi un paio di scagnozzi, ci videro decisi e con le pietre che raccogliemmo sul momento, e se la svignarono abbassando le orecchie. I ragazzi angariati potettero poi riprendersi la loro roba. Ma la cosa più grandiosa e finale fu un corteo rigorosamente non autorizzato giù alla banchina, dove tra le paranze si facevano largo  i primi yachts, intralciando chi con il mare ci lavorava. Qui gettammo tante scorze di anguria e frutta e ortaggi, sui candidi battelli a vela dei riccastri prepotenti. Lanciammo anche slogan, una turista da un balcone mise su in un giradischi “Bandiera rossa” ad alto volume; ne fummo ingagliarditi. Si disse che era del quotidiano “il Manifesto”, quella signora. A metà del percorso ci tagliò la strada il maresciallo dell’Arma e un suo graduato sottoposto, volevano bloccarci facendoci notare che non eravamo autorizzati a manifestare e che stavamo facendo danni. Dopo una breve trattativa (eravamo diventati qualche centinaia, un vero piccolo corteo) decidemmo di proseguire e invitammo i militari a scansarsi, cosa che fecero di malavoglia, essendo soli in due, e comunque noi facemmo i bravi e la smettemmo di lanciare ortaggi. Anche per un’altra ragione. All’altezza di uno yacht, si affacciò ghignando dal battello un signore con tanto di panza e subito ci dissero di farci attenzione, quello era un capobastone calabrese in vacanza, al che lanciammo solo slogan.

Già la mattina all’alba la truppa allegra doveva ripartire col vaporetto, e la nottata venne divisa tra una spaghettata gratis di mezzanotte offerta da uno chef della Torre dei Borboni, aglio, olio e una quantità massiccia di pepe macinato, e l’attesa dell’alba a dormicchiare sulla banchina, e io con loro, ma non mi toccava ancora ripartire.

Il giorno dopo mi sentivo più solo, l’estate volgeva al termine, e mentre me la passeggiavo per corso Pisacane e poi verso Sant’Antonio vidi arrivare un elicottero dei Carabinieri; e mi dissero che erano pure arrivati via mare numerosi rinforzi di polizia, per via della manifestazione della sera precedente. Tanta allerta per nulla, i manifestanti erano già tutti ripartiti ed io non facevo nessuno sforzo ad apparire un tranquillo isolano che se ne stava per conto suo.

Silverio Tomeo

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