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2009-07-19_12-33-50 h-24 v4-4 85 Forme multicolore di spugne incrostanti Astroides calycularis

La ‘porparella’

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di Silverio Guarino

Il lunedì pomeriggio, dalla ‘controra’ in poi, era per noi ‘devozione’ andare a pescare (con il pane e formaggio come esca), alla punta del molo Musco; quel giorno infatti non arrivava alcun piroscafo da Formia ed eravamo liberi di pescare fino al tramonto. Per tacito appuntamento ci trovavamo con le nostre canne da pesca (canna di Frontone, ovviamente) davanti al Bar “S. Lucia” a dar da mangiare ai pesci. ‘Zio Girotto’, vecchio pescatore d’esperienza era nostro testimone e riferimento e i pesci che tiravamo su dal mare del molo andavano spesso a saltellare tra le gambe degli avventori del bar, tra i mugugni di Esterina che brontolava al posto dei divertiti clienti.

Occhiate, sbaraglioni, pezzognelle, sarpe e cefali – appena all’inizio di quella che sarebbe stata la  ‘petrolizzazione’ da inquinamento del porto – erano le nostre prede, cibo per i nostri gatti, la sera. La tecnica della pesca era quella tradizionale: alla lenza era attaccato l’amo che si copriva con la pastella di pane e formaggio, c’erano i piombi per mandare giù l’esca, mentre un sughero colorato in superficie ci informava del traffico e del pranzo dei pesci sott’acqua.

Ma per Sandro Russo no. La sua era una tecnica basata sull’uso della ‘porparella’ e della pesca ‘a strappo’. Si armava infatti di una canna piuttosto corta con attaccata una porparella, un piombo più pesante e niente galleggiante. La ‘porparella’, come si sa, è una sorta di amo ‘multiplo’, a 3 o a 5 punte. Lui la copriva con la pastella di pane e formaggio e strattonava quando vedeva abbastanza pesci intorno all’esca. Quelli venivano regolarmente ‘appizzati’: per la coda, per la pancia, per la testa… Quasi mai per la bocca, come invece accadeva ad altri più nobili pescatori.

Fatto sta che quel cavolo di Sandro Russo (che non era neanche nato a Ponza ma a Cassino, seppur di madre isolana!) prendeva un numero di pesci ben superiore a quello che prendevamo noi, magari pesci meno pregiati, come uarracin’ e pintirré, ma sicuramente più noi.

Più dei pesci pescati da me, soprattutto!

Fu così che un giorno gli chiesi di farmi provare quella tecnica di pesca. Non proprio entusiasticamente mi porse la sua canna e mi misi a pescare cercando di imitare le sue gesta, incluse le grida e le risate ‘sandroniche’. Mal gliene incolse.

La mia nota imbranataggine per le cose nuove mi portò – dopo che per l’ennesima volta avevo tirato su con foga la lenza con la porparella senza neanche una squama di pesce – ad ‘appizzare’ invece la coscia del mio amico!

Sandro urlò e si arrabbiò molto – ‘con due zeta’, come si usa dire – mentre fallivano i nostri blandi tentativi di staccare la porparella dalla sua coscia; infatti, come sanno anche i pesci,  quando un amo si appizza, non si può tirar via tanto facilmente.

Ed allora – erano le 18.00 circa – ecco che un mesto corteo si compose… I pescatori, con Franco Zecca in prima fila che ‘sosteneva’ il cugino; con me che reggevo la canna con la lenza ancora attaccata alla porparella e alla coscia di Sandro, e gli altri dietro… Tutti diretti dal Dr. Sandolo, alla Parata, per ‘intervento medico’. Nessuno aveva pensato di tagliare il filo!

Io non sapevo dove mettere la faccia, soprattutto quando il Dr. Sandolo mi liberò dal mio imbarazzante ruolo di ‘pescatore’, semplicemente tagliando con le forbici la lenza. Il tutto avvenne in modo rapido ma non indolore, soprattutto per la vittima, immagino; mentre noi eravamo tutti contriti ad aspettare fuori dalla porta.

Sandro non ebbe nei miei confronti azioni di pur giusta rappresaglia, ma da quella volta continuò sempre e da solo a pescare con la ‘sua’ tecnica della porparella a strappo, senza cedere alle richieste di qualche invidioso compagno di pesca.

Ciao Sandro!

Silverio Guarino

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