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Il vecchio che guariva con le mani

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di Lino Catello Pagano

“L’hanno amato tutti” – è il mio ricordo di lui, Catello Pagano, mio nonno paterno, di cui porto anche il nome.

Per  tutti era Catiell’ ’nda padur’. Era lui che guariva dalla sciatica, dal fuoco di Sant’Antonio e dalle mille malattie che c’erano a Ponza.

C’era il via vai a casa da mia nonna, in località ‘Padura’; la  casa era ed è ancora oggi una dependance dell’Hotel ‘Gennarino a Mare’.

Nei miei ricordi di bambino vedevo gente che arrivava tutta storta dai dolori, e con il passaggio delle mani di mio nonno rifioriva; da non crederci, ma è la pura verità, non ha mai voluto soldi da nessuno. Lo faceva per amor di Dio.

Lui diceva che se avesse preso soldi, Dio non avrebbe mai ascoltato le sue preghiere e non avrebbe mai potuto guarire; lui faceva solo da tramite con il Signore per le guarigioni.

Da bambini si soffriva di gastroenterite e di tante altre cose a Ponza, e i nostri genitori, specialmente i miei, la prima cosa dicevano: – Vaie addù nonn’ e chiedi: U’ no’…  p’ammore ’i Die, m’apprcant’ u’ mal’ i’ panz’? Allora lui si armava di forbici e con dei fili di paglia ricavati dalla pianta del seme di lino, faceva un mazzetto e lo teneva nella mano sinistra, mentre con la destra si faceva il segno della croce; ti scopriva la pancia e iniziava la cura. Con il dito pollice ti faceva sulla pancia il segno della croce, e diceva le sue preghiere… Finita la preghiera tagliava il mazzetto di fili di paglia a due-tre centimetri dalla punta, e ripeteva il tutto tre volte sempre, con lo stesso procedimento.

Vi assicuro – provato sulla mia pelle – che in giro di pochi minuti tutto era passato.

Un giorno ero invitato a pranzo dai miei nonni assieme ai miei cugini, perché la nonna aveva fatto gli gnocchi; era un rito che si ripeteva quando la nonna decideva di fare gnocchi, invitava noi nipoti… Arrivarono tre persone con un signore delle Forna che non stava in piedi per la sciatica. Piangeva dal male.

Il signore – di cui non ricordo il nome e mi fa rabbia – si  rivolse a mio nonno con la frase magica: –  Fall’ p’ammore’i’ Die’.

Questo avveniva tutto in cucina che era anche l’entrata principale. Senza indugiare, lo fece accomodare nella stanza affianco, dove aveva un lettino che usava per il suo riposino quotidiano, e lo fece sdraiare. Chiese agli amici che l’avevano accompagnato, di aiutarlo a spogliare e di togliergli i pantaloni, e si armò di Olio di Oliva – allora costava caro, ma lui per le sue pratiche per il Signore aveva la sua bottiglietta – fece uscire tutti e fece il trattamento al povero capitato. Passò mezz’ora, forse qualcosa in più, si aprì la porta, e la persona che era entrata con l’aiuto degli altri era in piedi e camminava da solo. Mio nonno gli disse che doveva farlo ancora due volte e sarebbe tornato nuovo. E così fu …potete crederci!

Vi sto raccontando queste cose successe ed ho la pelle d’oca alta un metro! Che effetto strano mi ha fatto ricordare mio nonno. Un’emozione come se lui fosse qui con me e apprezzasse quello che sto facendo, nel divulgare la sua storia.

Peccato che non ho potuto aver la fortuna d’imparare quello che lui faceva: si doveva fare solo nella notte di Natale e chi imparava doveva essere il primogenito. Sono dispiaciuto, ma nello stesso momento sono contento, perchè mia cugina Clodina è riuscita ad imparare, prima che il nonno morisse, in una notte di Natale ventosa e fredda.

Questo ricordare ha fatto bene alla  mia anima, e spero faccia lo stesso a chi, come me, ha vissuto queste esperienze.

Catello Lino Pagano

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