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Quel giacimento minerario (3)

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di Ernesto Prudente

Per la prima parte: leggi qui

Per la seconda parte: leggi qui

 

Non siamo prevenuti o  cattivi nell’affermare queste cose. Per giudicare quegli avvenimenti bisogna calarsi interamente nella drammaticità di quei momenti interamente vissuta dal cittadino ponzese. Ed io, come altri, sono stato al fronte. Porto ancora, come altri, le ferite,  di tante battaglie.

Quando la Provincia alienò un tratto della strada provinciale Ponza – Le Forna a favore della Samip per farle proseguire i lavori in un centro con alta densità abitativa fu la goccia che fece traboccare il vaso. Un vaso  già molto colmo.

Il popolo, dalle doglianze e dalle lamentele, dai ricorsi e dalle invocazioni, passò alle vie di fatto. Scese sul terreno fronteggiando l’avanzata delle ruspe.

A Calacaparra, sul tratto di strada che la Provincia aveva venduto alla Samip, venne portata una corriera, e ciò mi impone di dire ancora grazie a Benedetto Fricano, l’autore della linea Ponza – Le Forna, che servì da garitta ai cittadini, uomini e donne, grandi e piccini, che a turno montavano di sentinella davanti alle ruspe. Alle maniglie della corriera vennero appese alcune ‘tofe’ , o tritoni, il cui suono, se necessario, doveva svegliare la gente e farla accorrere.

Una casa, a pochi metri venne requisita ed adibita a ufficio comunale.

Questa azione di rivolta contro lo scempio era sostenuta dall’Amministrazione comunale eletta l’anno prima, 1975, che della faccenda Samip fece la sua tesi di laurea. Alla Regione Lazio comparvero non solo un orecchio disponibile a sentirci ma anche due braccia decise ad avvinghiarsi  alla nostra croce per difenderla, per farle da scudo.

Era la prima volta che un Gabriele, nipote di quell’Arcangelo che gli aveva trasmesso la propria volontà e la propria forza, scendesse in campo per aiutare una popolazione indifesa.

Grazie, ancora oggi, anche a lui.

La tensione, altissima, era sempre in salita. Si vivevano momenti delicati e pericolosi. Il sindaco, Mario Vitello, sfornava, come un fornaio tira fuori dal forno pagnotte di  pane cotto, ordinanze basate tutte su quella caterva di leggi in difesa dell’ambiente, del paesaggio e della salute pubblica. Consumava solo carta.

Prefettura, Ministero dell’Industria e Distretto minerario trovavano sempre il cavillo giuridico per annullarle. Una fitta rete di coperture e connivenze politiche fiancheggiava la Samip.

Fu una lotta all’ultima stilettata.

La Samip, sempre pronta ad intimorire l’Amministrazione, fece occupare il Comune dagli operai. I carabinieri, quelli mandati dal Prefetto e non quelli in servizio a Ponza, che vivevano e conoscevano la realtà locale, garantirono agli operai il diritto alla occupazione dei locali comunali.

Il Sindaco venne denunciato al Pretore di Gaeta, competente per territorio.

La stesura dell’atto porta: “La Samip è purtroppo costretta a denunciare l’attuale Sindaco di Ponza, Mario Vitello, per il reato di abuso innominato di atti d’ufficio.

Gli atti di persecuzione compiuti da questo pubblico ufficiale in danno della Samip sono talmente gravi da non consentire né dilazioni né alternative.

Basti dire che la Samip per una serie di provvedimenti illegittimi del sindaco, dei quali ora si darà notizia, e stata costretta a sospendere i lavori della miniera di bentonite di cui è concessionaria nell’isola di Ponza sin dal 1937, paralizzando l’attività di oltre cento maestranze e avviando rapidamente l’azienda verso un inevitabile fallimento.

…Che la miniera di cui la Samip è concessionaria fin dal 1937, sia malvista dai cittadini di Ponza è un fatto noto a tutti. Altrettanto noto è che questa ostilità viene dalla vocazione dei ponzesi d’incrementare al massimo lo sviluppo turistico dell’isola sopprimendo ogni altra iniziativa.

In tal modo con il pretesto che la miniera deturpa il paesaggio e altera l’habitat naturale si è formata una larga corrente popolare che vuole ad ogni costo ottenere che la Samip cessi la propria attività, lasciando il posto ad un complesso di ville residenziali.

L’interesse collettivo, ovviamente, è soltanto apparenza. …La verità è che si tratta soltanto di una convergenza di molteplici interessi  privati alla speculazione turistica, in cui si camuffa un inesistente interesse collettivo.

L’aggressione alla Samip è iniziata lo scorso anno in occasione della campagna elettorale per il rinnovamento del consiglio comunale.

La corrente socialista – consapevole della sensibilità al problema della miniera dei ponzesi, in gran parte legati direttamente o indirettamente all’industria turistica – non esitò ad inserire nel programma presentato all’elettorato anche l’impegno di cacciare la Samip dall’isola. “Chiudere la miniera”  e “Via la Samip” furono gli slogan di punta di questa corrente politica.

…Da allora la persecuzione alla Samip è stata senza tregua. Ogni pretesto è stato utilizzato per boicottare la miniera:  dalle campagne giornalistiche diffamatorie, alle intemperanze dei privati cittadini per giungere infine ai recenti provvedimenti del Sindaco medianti i quali è stato ottenuto il risultato (promesso fin dall’epoca delle campagne elettorali) di paralizzare i lavori e di costringere la Samip ad una prossima liquidazione fallimentare”.

Questo è una parte del dossier che la Samip – difesa dall’avv. Maurizio Di Pietropaolo, a firma del suo amministratore unico, Paolo Arduini – depositò presso la Cancelleria della Pretura di Gaeta perché il Giudice condannasse il Sindaco di Ponza per:

a) usurpazione di un potere della legge non conferito al pubblico ufficiale;

b) eccesso dai limiti di competenza:

c) azioni fuori dei casi stabiliti dalla legge;

d) inosservanza delle formalità prescritte dalla legge;

e) abuso di potere.

La credibilità delle Istituzioni nella difesa del cittadino toccò il fondo, scuotendo dallo stesso la massa melmosa e fangosa. I cittadini di Ponza, ed in modo particolare tutti quelli che abitavano  a Calacaparra, salvo, ripeto, rare eccezioni, erano scesi, come gli indiani, sul sentiero di guerra con l’ascia in mano.

Erano, eravamo, pronti e disposti a tutto.

Più volte le tofe vennero fatte squillare e ogni volta centinaia e centinaia di persone accorsero da ogni zona dell’isola sul ‘luogo del delitto’.

L’insensibilità aveva ceduto. L’indifferenza era scomparsa.

La cittadinanza aveva finalmente capito che la sopravvivenza e il futuro del paese dipendevano dall’esito di questo scontro.

Quel ‘tronco maledetto’ della strada provinciale, ancora oggi legalmente chiuso al transito da quei blocchi di cemento posti dalla Samip, ceduto dalla Provincia alla Miniera, fu la causa della nostra vittoria.

Andò così: erano le una e mezzo della notte del 2 aprile 1976 quando trillò il telefono a casa mia. Mia moglie, dall’orecchio sensibile, mi svegliò, contrariamente alle abitudini, perché, come tutta Ponza, sapeva cosa bolliva in pentola. Saltai dal letto e, a piedi scalzi e in mutande, corsi nel corridoio dove era posto il telefono. “Sono Franco,  scusami dell’orario. Ti ho chiamato per dirti che dobbiamo far di tutto per bloccare la miniera prima che arrivi sul tronco di strada che la Provincia le ha venduto. Se lo distrugge, per Le Forna è finito. Non sapremo mai dove arriveranno a scavare le ruspe della miniera. Ci sarà la distruzione di Calacaparra. L’isola sarà spaccata in due. Inventati qualcosa: i fògne, u tèlèfoneParla c’u sindeche”.

Per la verità la telefonata non fu così breve come l’ho descritta. Parlammo a lungo e sempre della Miniera rimanendo d’accordo che ci saremmo rivisti prima che io andassi dal sindaco.

Non tornai a letto. Mi vestii e andai in cucina a prepararmi il caffè. Dopo la sigaretta di rito, fumata all’aperto sulla loggetta mentre sorseggiavo il caffè, altre le avevo divorate  quando parlavo con Franco Schiano (colgo l’occasione per dire a chi legge che non fumo più da due anni a causa di un enfisema che non mi rendeva, e non mi rende ancora, autosufficiente per la mia vita a Palmarola)  andai nella mia stanza per consultare la ‘Agenda del Comune’ e abbozzare una ordinanza da sottoporre, poi, al vaglio del Sindaco.

Mi mancavano alcune leggi da citare e l’indomani le ebbi dal Comune tramite la cortesia e la sollecitudine di  Biagio Rispoli, un vigile del Comune, a cui mi ero rivolto e a cui dissi anche di fissarmi un appuntamento con il sindaco dopo la chiusura della scuola.

A scuola, rubando qualche ora di lezione ai miei alunni che oggi, da uomini, spero mi saranno grati, stilai l’ordinanza che vagliai, soppesando, poi,  parola per parola, con Franco. Salii  dal Sindaco da cui era atteso.

Lo trovai subito d’accordo anche se discutemmo a lungo. Fece poi intervenire il segretario comunale per la stesura tecnica. Pregò, com’era nel suo costume, il vigile Rispoli di pazientare ancora in ufficio per notificare questo atto agli interessati.

Lo vidi sorridere, Mario Vitello, quando il segretario comunale, dopo aver  sfilato dal rullo della grossa macchina da scrivere le diverse copie dell’ordinanza e, dopo aver tolto i fogli di carta carbone, gli diede una copia da leggere e ne diede una anche a me perché la leggessi anch’io.

Prima di firmarla mi guardò negli occhi come per comunicarmi che era conscio, come al solito, della responsabilità che si assumeva e che lo faceva per il benessere e nell’interesse dell’isola tutta.

Sapeva a cosa sarebbe andato incontro.

Ho trovato copia dell’ordinanza tra  le mie carte.

Essa porta la data del 2/4/1976 e il n. 1164 di protocollo.

Oggetto: Ordinanza relativa a sospensione immediata lavori cantiere Cala Cecata.

IL  SINDACO

Viste le denunce presentate dai cittadini di Ponza in data 6/3/1976, 30/3/1976 e 31/3/1976;

vista la relazione del Tecnico comunale di Ponza

( relazione recente e dettagliata con riguardo al pericolo di cedimento della strada e dei servizi interrati ) ove si conferma che la Samip sta effettuando lavori di scavo sulla banchina della strada provinciale Ponza – Le Forna, progr. chilometrica 7,7 + 450;

Considerando che tale scavo interessa la strada di natura demaniale collegante Ponza con la frazione di Le Forna località Calacaparra percorribile da autoveicoli privati e pubblici;

Che tale scavo potrebbe provocare franamento della sede viaria ove risultano interrate fogne pubbliche, acquedotto comunale, rete elettrica  pubblica, rete telefonica a servizio della frazione di Le Forna, località Calacaparra,  ed interrompere tali servizi;

Visto che l’invito rivolto alla Samip con nota comunicata in data 30-3-1976, prot. 1092 è risultato vano e senza esito;

Considerato inoltre che detta strada provinciale già gravemente lesionata dagli scavi sinora eseguiti è a servizio di nuclei abitati del Comune di Ponza e che il suo possibile crollo potrebbe creare pregiudizi alla incolumità pubblica ed al traffico che ivi si svolge;

Visto l’art. 1 del R.D. 18-6-1031 n. 773 e gli artt. 1 e 10 legge 8 dicembre 1933 n. 1740 in relazione all’art. 135 del T.U. legge codice stradale approvato con D.P.R. 15-6-1959 n. 393;

Considerato altresì che con delibera di G. M. n.4 del 13 gennaio 1976 approvata dal C.R.C. nella seduta del 3-2-1976, Verb. N. 27  Prot. 2630 e ratificata dal Consiglio il 21-2-1976 n.14, è stata fatta richiesta all’Amministrazione Provinciale di Latina di cedere per le indispensabili necessità viarie del Comune di Ponza tale tronco stradale con i servizi ivi esistenti;

Tanto premesso

ORDINA

Alla SAMIP spa la sospensione dei lavori nel tratto contiguo la strada provinciale Ponza- Le Forna progr. chilometrica 7,7 + 450, poiché gli stessi sono pregiudizievoli per la sicurezza del tronco stradale, per le sue banchine antistanti e per i servizi pubblici interrati nella sede stradale diffidando la Samip a rispettare nei lavori di scavo in essere le distanze previste dagli artt. 1  e 10 R.D.  8-2-1933 n. 1740, e ciò perché permanga integra e sicura la sede stradale su menzionata.

Manda ai Vigili Urbani e ai Carabinieri di Ponza per l’osservanza diretta a tutelare l’incolumità pubblica  e l’ordine pubblico, considerando le innumerevoli rimostranze comunicate anche con denunce presentate dai cittadini di Ponza con istanze datate 6-3-1976, 30-3-1976, 31-3-1976.

Demanda al Tecnico Comunale di sorvegliare giornalmente la statica della sede viaria onde si possa tempestivamente, in caso di pericolo, provvedere alla chiusura del tronco stradale al traffico cittadino, sia carrabile che pedonale, e porre in essere quelle opere urgenti di salvaguardia ai servizi esistenti per evitare l’interruzione degli stessi e per evitare il cedimento di zone abitate su cui insistono edifici abitati.

Demanda al Segretario Comunale che tale ordinanza sia anche comunicata al Prefetto e al Genio Civile di Latina, all’Amministrazione Provinciale, all’Assessore LL.PP. Regione Lazio Roma, ai Carabinieri di Ponza, ai Vigili Urbani del Comune di Ponza, alla Samip s.p.a. e ciò per escludere ogni eventuale responsabilità dell’Amministrazione comunale di Ponza in ordine a crolli, franamenti, interruzione di pubblici servizi e danni a terzi.

Dalla Residenza Municipale li 2-4-1976

Il Sindaco

Mario Vitiello

Questa ordinanza  conteneva pienamente  la volontà del Sindaco, che rispecchiava quella della popolazione di ostacolare la distruzione di Calacaparra. Una ordinanza che il Prefetto non se la sentì, come era solito fare, di annullare.

Non diede ascolto, come per il passato, alle voci dei politici che fiancheggiavano l’opera devastatrice della Samip.

Questa ordinanza fu come un diretto che arrivò al mento della società mineraria e la fece crollare al tappeto.

La Samip fu costretta ad arrendersi.

Fu una vittoria di tutti ma soprattutto fu una vittoria dell’allora sindaco Mario Vitello, che volle, fortissimamente volle.

Gli abitanti di Calacaparra, i più colpiti e i più diretti interessati alla difesa della propria casa e del proprio territorio, gli tributarono, in una pubblica manifestazione, con la consegna di una medaglia, la riconoscenza e la gratitudine che si era meritate sul campo di battaglia. Sarebbe bello che le figlie di Mario Vitiello donassero al Museo questa reliquia.

Rappresenta una pagina bella, una delle poche pagine belle della seconda metà del secolo scorso, nella storia della nostra isola.

*

Il resto è  attualità.

Il terreno della Samip, 30-40 ettari, è stato acquistato dal Comune con l’aiuto della Regione.

Tutti sostengono che quel terreno deve essere riconvertito in attività turistiche ma nessuno si muove. Tutti hanno paura di fare il primo passo. Ognuno ha paura dell’altro.

La sua riconversione, se ben guidata, farà fare a Ponza un salto di qualità.

E’ una operazione che dev’essere condotta alla luce del sole.

Gli atti, tutti e di qualsiasi natura, devono essere nitidi e trasparenti per non creare ancora dubbi e perplessità nella popolazione.

Il Comune deve svolgere funzione notarile.

Un concorso di idee, anche a carattere internazionale, oltre che propagandare Ponza (penso che non ne abbia proprio più bisogno) suggerirebbe una vasta gamma di opinioni e proposte fra cui scegliere la destinazione di quel terreno che tante lacrime ha fatto versare a tanta gente di Le Forna.

di Ernesto Prudente.

(3. Fine)

[Tratto dal libro: “La mia isola” – Ediz. Graficart, Formia; sett. 2004]

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