Voci di Ieri

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Matalena

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 di Rita Bosso

 

Per la fame. Siamo venuti per la fame. E perché, se no?
Se non era per la fame restavamo là…
Chi ce lo faceva fare, a venire fin qua?

[A. Pennacchi – Canale Mussolini]

No, non è stata la fame; se sto qua, è stato per via di quel vecchio rattuso. Gli ho fatto fare la fine che doveva fare.
Questo dirò al prete, se e quando mi confesserò: è morto come doveva morire, scannato. Come deve morire un porco? Che avesse terre, palazzi e ricchezze di ogni genere, che fosse potente, il più potente di tutti, non ha importanza: era un vecchio rattuso, che mi aveva trattato come fossi un pezzo di carne o una troia, e se lo sono mangiato i vermi. Prima o poi confesserò, lo sento, ma mai, mai mi pentirò.

Ieri il prete mi ha mandato a chiamare di nuovo.
Domani vado, ho detto all’uomo che portava l’ambasciata. Ho fatto l’ultimo tiro di tabacco e sono tornata nella grotta.

La prima volta che mi mandò a chiamare  mancavano pochi giorni a Natale; credevo di conoscere il motivo, anzi nome e cognome di quel motivo e dunque andai ben preparata. Mi sarei spicciata subito e mi sarei pure fatta due risate, come era successo tutte le volte che mi aveva chiamato don Candido.
Mi spiazzò.

Don Candido era morto da qualche mese ed il suo posto l’aveva preso quel giovane che doveva avere qualche anno meno di me. Roseo come un neonato, gli puzzava ancora la bocca di latte.
“Come sarà la tua vigilia, Maddalena?” mi chiese appena entrai.
Capitone  minestra maritata e fichi secchi avrei voluto rispondergli; invece lo guardai fisso e restai zitta, per fargli capire vieni al sodo.

“Vigilia è essere vigili, attendere con occhi aperti e membra tese ciò che sta per

avvenire. Svegli, attenti al più piccolo segnale che annuncia l’evento  straordinario, prossimo. Perciò si veglia, e si accompagna la veglia con canti,  preghiere,  meditazione. In attesa della luce abbagliante che verrà a rischiarare le tenebre. La vigilia cade dopo il giorno più corto dell’anno, il più buio.

Dopo, la luce non può che aumentare. Vai ora, Maddalena”.

Uscendo rimpiansi don Candido, le sue minacce, le sue maledizioni. Era stato tutto più semplice con don Candido, sin dalla prima volta.
Don Candido mi mandò a chiamare dopo pochi giorni dal mio arrivo, e con tono astioso mi chiese che sei venuta a fare su questo scoglio da sola, che intenzioni tieni, che hai combinato prima.

“Sono una vergine perseguitata e prossima al martirio – risposi ridendo- i miei persecutori mi hanno gettata in mare e le onde mi hanno trascinata qui; quando mi santificheranno, fatemi il piacere di mettermi nella prima cappellina vicino all’entrata perché mi piace la luce e l’aria fresca”.

“Puttana, sacrilega, devi morire dannata” si mise ad urlare facendosi la croce, ed io ridevo, ridevo…

Mi viene da ridere ancora adesso a ripensarci; torno velocemente alla mia grotta, ed intanto alla faccia sospettosa e cattiva di don Candido lentamente si sovrappone lo sguardo sorridente ed accogliente che accompagnava le parole del prete giovane, alla vigilia di Natale.

Mi affaccio su via Corridoio, la strada che percorre il retro del porto, da cui si entra nelle belle case  nuove, con l’affaccio sul mare; da via Corridoio una stretta scaletta sale al livello delle grotte scavate nella montagna, dove vivo io. Ogni volta che nella mia grotta è venuto a vivere qualcuno, don Candido mi ha chiamato e abbiamo fatto il teatro.

“Pentiti, redimiti!” mi urlava quando qualcuno lasciava moglie e figli e veniva a stare con me, ed intanto tracciava  segni di croce con il braccio teso e la mano messa di taglio. Provavo a farlo ragionare, a dirgli che io non avevo mai chiesto a nessuno di andarsene di casa, che anche prima di me le mogli di corna se ne erano prese; niente da fare, pentiti, redimiti! Ma di che mi devo pentire, da cosa devo redimermi chiedevo, e don Candido sempre più paonazzo e gesticolante; avevo paura che gli prendesse un tocco.

Avevo sempre paura che gli prendesse un tocco e così avrei avuto pure quel vecchio prete isterico sulla coscienza; poi arrivava la frase conclusiva “Puttana, senza Dio, sciagurata, prima di finire all’inferno devi fare una morte dannata, dannatissima!”.

Era tutto più facile quando era vivo don Candido, sapevo sempre per quale motivo mi stava chiamando, sapevo chi, mamma o moglie, gli aveva chiesto di mandarmi a chiamare, e soprattutto sapevo che sarei scesa dalla scalinata della chiesa ridendo. Tutto il contrario di questo che è venuto dopo di lui.

Il motivo non può essere Rafele che è venuto a dormire nella mia grotta questa notte per la prima volta, ed invece la chiamata l’ho avuta ieri mattina. Ieri mattina neanche lo conoscevo Rafele, neanche l’avevo mai visto, è stato nel pomeriggio che sono uscita dalla bottega dello speziale col mortaio in braccio, ho detto mo’ continuo a spestare al sole, che siamo a fine ottobre e di ogni raggio di sole  dobbiamo approfittare.

Mentre spestavo dentro al mortaio e guardavo verso la Punta Bianca ho visto arrivare questo bel guaglione, camminava sul corso Farnese lentamente e sovrappensiero ma io gli ho tenuto gli occhi addosso fino a quando non ha alzato la testa, e si è guardato intorno per rassicurarsi che stavo fissando proprio lui.

E quando è stato sicuro che era proprio lui che volevo, è andato oltre.

Ieri sera Rafele stava fuori la mia grotta. Dunque non è per via di Rafele che mi ha mandato a chiamare, e poi non so se Rafele ha una moglie o una mamma che andranno in lacrime dal prete a chiedergli di parlare con quella puttana di Matalena; non le so queste cose di Rafele, non mi interessano.

Con don Candido avevo la certezza di sapere in anticipo quello che sarebbe successo; con questo ho la certezza di non sapere niente; anche dopo avergli parlato, quando uscirò dalla chiesa e discenderò le scale, anche allora  non conoscerò il motivo della chiamata, e forse non avrò capito le sue parole.

Dieci anni fa, dopo essere scappata dalla casa del porco lurido, andai a nascondermi in una chiesa; passata la notte, uscii e raggiunsi la marina; la prima barca che salpò era diretta a Ponza. Sarei andata dovunque, dovevo fuggire che la sera prima l’avevo ucciso, scannato vivo, il vecchio porco. Scannato, perché è così che muoiono i porci; non ero pentita allora, non lo sono adesso, e questo se lo deve mettere in testa pure il prete, se un giorno deciderò di confessarglielo.

Quella notte sapevo solo che dovevo partire; se avessero scoperto il corpo del porco prima della mia  partenza mi avrebbero messa a marcire in galera. Le fetenzie che avevo sopportato per quattro anni, da quando ne tenevo dodici fino al momento in cui la coltellata era partita, a chi le andavo a raccontare? Chi mi avrebbe creduta?

Ponza dunque. Dieci anni fa.

La montagna scendeva fino a mare, non si vedeva una casa né una persona in giro; meglio così, pensai. Invece la gente c’era, dispersa nelle grotte scavate nella montagna, nelle barche da pesca che lentamente toccavano la riva.

Dopo poco di gente ce ne fu anche troppa, centinaia di rilegati, di disterrati mandati per costruire questo porto in quattro e quattr’otto.

Dieci anni, è quasi finito e ha cambiato faccia a questo scoglio.

La grotta la trovai quasi subito, ampia asciutta e non troppo isolata. I primi tempi si avvicinavano in tanti, ero una giovane di sedici anni sola tra centinaia di uomini soli. Dopo poco capirono che in quella grotta ci entrava solo chi dicevo io, e comunque chi ci entrava non doveva restarci a lungo, un mese o massimo due. Dopo un mese comincio ad avvertire un tanfo, a non starci più bene dentro casa mia; allora raduno le cose, ne faccio una mappata e la metto fuori, poi mi metto a passare la calce, certe volte sono necessarie parecchie mani prima di far sparire il tanfo.

Quando lui ritorna gli indico la sua mappata e neanche lo faccio entrare, dopo tutta la fatica che ho fatto non vorrei che la grotta si impregnasse di nuovo del tanfo.

Lui con la sua mappata può tornarsene dalla moglie, dalla madre, imbarcarsi ed andarsene lontano, la cosa non mi riguarda basta che si leva dai piedi immediatamente. Non ho mai chiesto ad un uomo di venire a vivere nella mia grotta, il momento di entrare lo hanno sempre deciso loro. Quello di uscire invece lo stabilisco io.

Rafele ci ha dormito una notte sola in questa grotta, c’è ancora un buon profumo.

Io ogni mattina lavo e schiaro, lascio in giro rametti di spicandossa, ogni volta che uno se ne va passo la calce viva; è uno splendore questa grotta.

Dall’uscio guardo la sera scendere su Ponza, la costa è un’unica massa blu dove non distingui niente, né vegetazione né sporgenze né rientranze, solo un blu appena più compatto del blu del mare e del blu del cielo. Allora tiro un poco di tabacco e attraverso il fumo aspetto che faccia notte.

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